Requiem op. 133, kyrie eleison

Lunedì 13 Ottobre 2008 at 21:25 | In legge133, matematica, ricerca, società, università, vita | Leave a Comment

Va bene, visto che in ogni caso non sto scrivendo nulla sul blog, tantomeno le puttanate che tanto vi piacciono, provo a scrivere qualcosa riguardo quanto sta succedendo all’università di Pisa intorno alla legge 133, uno dei cui punti fondamentali è quello di trasformare le università in fondazioni di diritto privato, uccidendo conseguentemente l’università e la ricerca pubblica come esistono (o meglio sopravvivono) tuttora. Da cui il titolo del post.

Premetto di non essere informatissimo, e sono anzi in vacanza, anche per quanto riguarda la partecipazione alla cosa pubblica (eh, lo so che non dovrei, ma ne avevo bisogno). Il nuovo decreto legge introdurrà nei prossimi anni dei tagli drastici ai fondi pubblici riservati alle università (nel senso che i finanziamenti verranno più che dimezzati), impone l’assunzione di al più un ricercatore per ogni 5 (cinque) professori che vanno in pensione (e questo per i prossimi cinque anni), e come dicevo le università diventeranno organismi che dovranno dipendere in buona parte dai finanziamenti privati (e dalle tasse universitarie, che verranno conseguentemente aumentate di molto).

In questi giorni l’università di Pisa è in fermento e si organizzano assemblee quotidiane con studenti, dottorandi, ricercatori e professori per discutere sul da farsi e su come attirare l’attenzione pubblica e come sensibilizzare anche chi sta al di fuori degli ambiti universitari ai problemi che questo decreto legge causerà. Questo conondimeno sembra abbastanza difficile, visto soprattutto il poco tempo prima che questo decreto diventi definitivamente legge, e vista l’immagine che viene spesso presentata dai media degli studenti universitari (insieme ai dipendenti del settore pubblico) come fancazzisti pronti a occupare e a scioperare quando viene leso il loro diritto di campare a spese dello stato italiano, ottendo per di più qualche giorno di studio mancato e vacanza. C’è poco da fare, l’immagine che viene spesso passata è questa.

In questo post mi propongo di smontare qualcuno dei miti che vengono spesso inculcati a chi si informa solo marginalmente della questione. Un punto in questione è che viene spesso fatto credere che conseguentemente a una riduzione del numero di posti per ricercatori, anziché essere assunti ricercatori bravi e mediocri, si otterrà l’effetto di assumere solo gente molto brava, stringendo quindi sugli sprechi. E questo è un sogno. E’ un sogno perché se per fare il ricercatore è necessario essere estremamente bravi, lavorare come dei cristi, guadagnare meno di una badante ed essere assunti con un contratto a tempo determinato, potete stare sicuri che chi è bravo a maggior ragione andrà all’estero, magari diventando professore ad Harvard con la stessa fatica necessaria per fare il ricercatore in Italia.

Questi tagli a tappeto e alla cieca portano inoltre a un invecchiamento del personale universitario, e ad un aumento dei concorsi truccati in cui vengono piazzati amici e amici di amici, mancando le garanzie e i mezzi per portare avanti progetti di ricerca impegnativi (e quindi l’unica motivazione per prendere gente brava).

Se l’idea è quella di importare in Italia il modello americano (in cui i contratti a tempo determinato sono la norma e non l’eccezione), c’è da dire che i contratti a tempo determinato sono qualcosa che loro possono permettersi di avere, visto che c’è molto più lavoro che qua. Una questione come quella costruita attorno al caso Alitalia è impensabile in Inghilterra o negli Stati Uniti, dove avrebbero licenziato 8000 persone senza battere ciglio da un giorno all’altro. Perché essere licenziati là non è una tragedia, visto che anche a mezza età un altro posto di lavoro si trova (citando il post di Tiziana). Non si tratta di stabilire se questo tipo di flessibilità sia un bene o un male, ma piuttosto di cosa ci si possa permettere.

L’ultima osservazione che aggiungo a questo post (che a maggior ragione si applica ai tagli delle scuole pubbliche elementari, medie e licei) è che l’università pubblica è pur sempre un servizio. C’è poco da chiedersi se sia possibile vivere senza, visto che nel medioevo lo facevano senza problemi, ma vogliamo veramente rinunciare a questo? Visti altri enormi sprechi, e tenendo conto che è necessario restare al passo con il resto del mondo, non sono sicuro che questa sarebbe una scelta saggia.

Ci sono un sacco di altre cose di cui vorrei parlare, ma le metterò nei prossimi post.

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